Poesie

Ho visto questo film

Su un tizio che scrive

Poesie

Lui osserva e scrive

Tutto

Si porta dietro un taccuino per scriverci sopra

È bravo mi sembra

Più bravo di me

Se ne sta sempre, solo

E scrive

Delle cose bellissime

Non lo dice a nessuno

Se ne sta in disparte ultimo degli ultimi

Ha un gran talento

Ma poi lo perde

Il taccuino

Borg McEnroe

Gran film, e non solo per gli amanti del tennis. Più che su racchette e dintorni, è un film sugli uomini, sulla fragilità di questi due campioni apparentemente agli antipodi, in realtà prigionieri di una maschera. Cast perfetto. Perfetto per le scuole.

Voto: 8

Vorrei poter dire

Vorrei poter dire

Che mi manchi

Che ho imparato un sacco di cose 

Da te

Che non è stato tempo buttato 

Vorrei poter dire 

Che non è come la pelle del serpente

Che lui la cambia e se ne fa un’altra

La lascia lì in mezzo all’asfalto che scotta 

D’estate 

Per degli anni non ho fatto che pensarci su 

Rimuginarci

Chiedermi il perché e il per come 

Se avevo fatto degli sbagli 

(E li avevo fatti)

Non dico che ci piangevo ma quasi 

Quando prendevo la macchina e imboccavo 

La Comasina per andare in quel postaccio 

Là da solo 

Senza manco una telefonata o un augurio 

O un addio 

È stato come avere perso un pezzo di vita 

Come aver perso

Mio padre

Di nuovo

La sete

La sete ci aveva portati via dalla scogliera 

Verso un ruscello 

L’acqua era limpida e potevi vedere il fondale bianco

Mia moglie mi dice non ci sono pesci 

Non esistono pesci alla fonte le dico 

E intanto rabbrividisco mentre le nostre bocche 

Si uniscono nel bere l’acqua gelida

Ti ricordi – le dico in un lampo – ti ricordi

Dio! Come eravamo belli e senza paura

Tu avevi gli occhi nocciola grandi e il seno alto 

E io ero un figurino. E ti abbracciavo. 

E mi indicavi la palla rossa del sole d’inverno 

E mi dicevi vedi che la vita non è poi così male? 

Geostorm

Catastrofico terribile: sceneggiatura fantasiosa, tra lo spazio (c’è anche una sequenza che scimmiotta maldestramente Gravity), i grattacieli che crollano e satelliti che non si capisce in che modo ma risolvono i guai ambientali, cast lussuoso ma sprecato, colpi di scena prevedibili ed effetti speciali al ribasso. Sembra una brutta copia del sequel di Independence Day.

Pessimo tutto, a parte la Cornish: 3

Gifted – Il dono del talento

Dramedy discreta: ha una protagonista meno antipatica rispetto alle tante che di solito affollano film del genere e lui funziona, tutto sommato. Webb, quello del bel (500) giorni insieme, dirige senza melassa una storia classica di paternità e ferite, non rinuncia a un certo tono leggero ed evita le trappole della retorica. Nulla di nuovo, ma positivo e ben interpretato al di là di qualche inverosimiglianza: la maestra che va al pub a parlare col papà della bimba, ma quando mai….

Non malaccio, adatto anche a scuola: 7

La ragazza nella nebbia

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Giallo discreto, sin troppo complicato nella parte finale. Carrisi guarda al giallo all’italiana e riesce a realizzare un prodotto vendibile all’estero. Qualche citazione ovvia (i tronchi e l’ambientazione montana di Twin Peaks). Arzigogolato in più momenti, con qualche personaggio evitabile, ha dalla sua l’ottima prova di Boni mentre Servillo fa Servillo e il rischio è di guardare più a lui che alla storia.

Comunque, ben confezionato: 7

Vittoria e Abdul

Film minore di Frears che, a dirla tutta, ultimamente sta girando parecchi film “minori”. Insomma, il settantaseienne regista inglese nell’ultimo decennio circa, da The Queen, citato tra l’altro a sproposito per questo film sulla regina Vittoria, ha diretto il mediocre Chéri, i deboli Tamara Drewe e Una ragazza a Las Vegas, il deludente The Program. I migliori, anche se non formidabili, erano Philomena e Florence, entrambi illuminati alla prova maiuscola delle protagoniste. Così, anche Vittoria e Abdul, sulla carta la classica storia dalle grandi emozioni. In realtà, ritmo e regia compassati, una certa prevedibilità dell’intreccio rendono il film appena discreto e anche in questo caso la differenza la fa la Dench che a 82 anni compiuti, tiene in piedi l’intero film.

Non un granché, nel complesso: personaggi stereotipati, dramma che fatica a partire.

Strappa un 6.5 ma il vero Frears è altrove.

Room 237

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Questo è un recupero su Sky. Doc su Shining, abbastanza impressionante per mole di dati e per la quantità di impallinati che sul film hanno fatto un po’ di tutto, dalle teorie più strambe per arrivare alla tipa che ha lavorato sugli spazi dell’Overlook, disegnando piantine e modellini. Affascinante, nonostante qualche forzatura. E poi, a un certo punto, si dice una cosa molto bella e molto vera: che, forse, insomma, il genio di Kubrick non è che ci avesse messo dentro tutto intenzionalmente ma che spesso l’opera d’arte travalica l’intenzione del regista. E quindi, sì: dentro Shining c’è di tutto, anche quello che vedi tu ma che Stanley manco per l’anticamera.

Qualche giorno dopo aver scritto queste righe, un amico mi segnala questa cosa: http://www.mkhammertime.com/blog/2014/10/27/frozen-is-just-disneys-the-shining

Nei fatti, è una (stramba) teoria (?) secondo cui, tra le altre cose, Kubrick avrebbe predetto il grande successo di Frozen con 33 anni di anticipo. Tutte palle, ovvio e il post me sa tanto de presa per i fondelli….

SPLIT

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Thriller psicologico firmato da M. Night Shyamalan, regista de Il sesto senso ma da anni incapace non solo di replicare il successo del film con Bruce Willis ma anche di realizzare film discreti dal punto di vista della suspense e solidi dal punto di vista narrativo. Per chi scrive, eccezion fatta per Il sesto senso, thriller insolito e di grande impatto, ci aveva convinto soltanto il buon metaforico e hitchcockiano The Village mentre troppo film del regista indiano sono imperfetti o del tutto sbagliati, a partire dal recente o al debolissimo After Earth o a L’ultimo dominatore dell’aria. Con Split il regista indiano vorrebbe tornare ai fasti del passato: un intreccio da thriller psicologico, un attore capace e riconoscibile, una narrazione tesa che cerca di sondare i misteri della mente con un finale ad effetto.Il film però non mantiene tutte le premesse. E non solo perché alla fine di tutte quelle svariate personalità se ne mostrano tre o quattro in conflitto tra loro ma per troppi momenti fragili o mal scritti.

Si parte dall’incipit molto efficace e con dei notevoli titoli di testa sparati a tutto schermo e una sequenza notevole: un padre che va a ritirare la figlia adolescente dopo una festa di compleanno. C’è una compagna un po’ ombrosa che se ne sta in disparte. Bisogna aspettare lo zio di lei, si dicono i personaggi in campo, che però tarda ad arrivare. Alla fine se la pigliano su e da lì inizia il thriller vero e proprio. Una bella sequenza sospesa che gioca con le attese dello spettatore un po’ disorientato: chi è il cattivo, chi il buono e che succederà. Entra in scena McAvoy e da lì sono dolori non tanto perché l’attore inglese non sia in gamba: anzi, pur penalizzato da un doppiaggio che appiattisce inevitabilmente le varie voci e inflessioni McAvoy dimostra di avere carisma e buca lo schermo, per quanto sfoggi sin troppo mestiere. Il film è cucito tutto intorno lui. Il problema è che attorno a lui c’è poco o nulla: la sceneggiatura inserisce il personaggio di una dottoressa (la brava Betty Buckley protagonista tra l’altro di un bell’omaggio a Hitchcock nella sequenza della mostra) ma la sua figura, penalizzata da un montaggio assai ripetitivo sembra avere come unico scopo quello di spiegare la sindrome da cui è afflitto il protagonista agli spettatori giustamente spiazzati di fronte alle tante versioni del giovane, ora psicopatico, ora ragazzo fragile, ora addirittura ambigua figura femminile.

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Non è però quello della coesione tra i tanti volti di McAvoy l’unico problema del film: le tre ragazze (tra cui si segnala la Anya Taylor-Joy di The Witch) sono protagoniste di tutta una vicenda thriller che convince poco sia in termini di suspense pura sia per quanto riguarda la definizione dei loro personaggi, piuttosto scialbi e non aiuta certo una regia senza troppi guizzi e che non crea moltissimo nemmeno nelle lunghe sequenze claustrofobiche; il finale poi è terribilmente sopra le righe e inverosimile e stona rispetto al realismo che aveva caratterizzato la quasi totalità della narrazione.

Cosa resta di questo film? Un buon attore alle prese con un ruolo complicato, qualche guizzo di regia e un’ultima immagine, omaggio inaspettato al film ancora oggi più celebre di Shyamalan, Il sesto senso.

Ah, il voto: 6.5